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Copertina 5 Things

Copertina Betrayal

Copertina The Grinder
























































































































































































































































SEZIONI DI QUESTA PAGINA:

IL TRITACARNE - PREMESSA - CAPITOLO PRIMO: L'INIZIO DELLA FINE -
CAPITOLO SECONDO: LA FABBRICA DELLA PRIGIONE -
IL PIANO - L'ULTIMO PARAGRAFO E LE ULTIME PAROLE...


Quelli che seguono sono brani di un’autobiografia.
Il dizionario riporta: "auto - da se stesso, per se stesso", aggiungendo: "primo elemento".
Prosegue con: "biografia - ricostruzione degli eventi della vita di una persona", per concludere con: "brani - pezzi strappati con violenza; brandelli, schegge; passaggi, passi".
Credo che mai una definizione letterale sia andata così vicina al cuore dell’oggetto descritto.

Ci sono però alcuni punti in cui le due cose divergono, punti di forza sui quali la scrittura di Karl Guillen fa leva per sollevarsi e colpire. I brani lacerati con violenza - e la violenza attraversa tutto il testo, intridendolo di una sostanza che non può non restare attaccata a chi legge - ci vengono infatti restituiti non con violenza bensì con lucidità e, come dire?, con spirito di servizio. La preoccupazione principale e costante di Guillen, come egli stesso dichiara più volte, non è quella di lamentarsi (e le ragioni non gli mancherebbero) ma quella di metterci a parte di verità dure da accettare ma davanti alle quali girare la faccia dall’altra parte sarebbe veramente difficile definire anche solo civile. Il detenuto numero 77614 (ché nemmeno il nome gli è più concesso nell’Unità di Massima Sicurezza del carcere di Florence, Arizona, da cui scrive), chiede ascolto: e lo fa con uno stile teso, intenso, dovuto alla lucidità con la quale ogni episodio è visto come importante per sé ma è riportato per gli altri. E con gli altri, i suoi compagni di pena dei quali Guillen è sempre cosciente, come nel passo in cui dalla propria cella ci racconta l’esecuzione di Karla Tucker, in Texas.
Il Tritacarne ci è sembrato, insomma, un documento straordinario, ricco di una scrittura sorprendente, tanto più se consideriamo le condizioni in cui è stato scritto; e la storia della stesura del testo corre nella storia della vita di Guillen parallelamente alla terza storia che vi si intreccia, voce dolorosa dal fondo della fabbrica della prigione negli Stati Uniti d’America
("fondo" è un eufemismo: basti pensare che gli hanno spezzato le dita perché la smettesse di scrivere anche solo a matita). Lavorare a questa traduzione è stata, ed è, una sfida alla voglia di chiudere gli occhi o anche solo di distogliere lo sguardo, e insieme una grande lezione. Spero di essere riuscita a passarvi il testimone.
A me, a voi, Karl Louis Guillen chiede di non lasciarlo cadere.

Fiamma Lolli


La seguente è la poesia omonima che apre il libro.

Il Tritacarne  

È il flash dell’arresto
accecante come un fulmine
che abbatte la vita quotidiana, la sua normalità.
È la lacerazione della carne e della mente
quando lame affilate ti forzano ad entrare
in quest’immenso deposito di regole,
di linee di condotta e di processi
sotto controllo dei mercanti di potere.

È lo spaccarsi della carne, l’esecuzione dell’innocenza:
il tritacarne intanto schiaccia la tua vita
mentre vestiti neri stanno seduti in alto
e nere telecamere fissano verso il basso,
guardando altrove dalla verità che giace
al di là delle menzogne, oltre le interpretazioni
tutte sbagliate.

È il sistema della giustizia, è la fabbrica della prigione
che fa dell’uomo insieme il suo prodotto e il suo nemico,
come se appartenesse a un’altra specie
da odiare, da ignorare, da eseguire
come una bestia in trappola, caduta
nelle complicità del comportamento umano.

È il morso che azzanna la libertà di ognuno,
il buco dal quale ricevo nutrimento,
la cella d’isolamento di tre metri
per poco più di due in cui io vivo,
sono i media che non vogliono mostrare né ascoltare
qualsiasi verità che possa dare
del governo l’immagine di un mostro da temere
o dal quale meglio ancora farsi addomesticare.

È avere le manette tutti i giorni,
i giorni senza sole, le notti senza luna,
l’esistenza inumana,
gli estranei che mi indagano ogni giorno
e che ogni giorno frugano il mio corpo,
è il furto delle prove, degli elenchi dei testimoni,
sono le false imputazioni,
è il processo imminente per il quale essi,
esattamente gli stessi
che hanno messo in prigione un innocente,
ora vogliono giustiziarlo se sarà dichiarato
colpevole.

È la gente cieca
che ascolta e che non guarda,
sente ma non aiuta.   

Dalla Premessa dell'autore:    

Ho scritto questo libro nel miglior modo possibile data la condizione di estrema solitudine in cui vivo. (...) Infine, questo libro non è che una parte di quel che posso ricordare. Ho chiamato questo lavoro memoria, per quanto il termine non sia appropriato dato che non sono in grado di svolgere ricerche più precise sugli eventi. Chiedo scusa a chiunque di eventuali errori di data o di luogo. Queste luci sempre accese e questi muri costanti rubano i ricordi e rendono certi episodi simili a miraggi; ma questa storia l’ho scritta e riscritta per renderla insieme appassionante e comprensibile. Mi rimane poco tempo. Godetevela.

Dal primo capitolo: L'inizio della fine  

Fu una turbolenza a strapparmi al sogno. Mi accorsi che il motore del camion andava su di giri, dopodiché partimmo all’indietro; infine ci fu un urto. Non troppo forte, solo una piccola botta. Le gomme mordevano l’asfalto stridendo. Solo allora mi resi conto che ci stavano inseguendo ad altissima velocità: le luci rosse, bianche e blu lampeggiavano alle nostre spalle, poi ci furono addosso. Mi girai a guardare Rick, vidi l’espressione maniacale sul suo viso, e mi allacciai la cintura di sicurezza. Lo sentii ridere, poi esplose il rumore di uno sparo; no, era soltanto una gomma che scoppiava mentre imboccavamo il ponte della sessantesima, non ancora terminato. Guardai fuori e in basso, accorgendomi che stavamo correndo sulla ringhiera esterna dell’impalcatura del ponte. Il cemento doveva ancora essere gettato. Da qualche parte, laggiù, le auto viaggiavano veloci. La polizia aveva smesso di inseguirci. Il camion s’era bloccato dopo un centinaio di metri. Guardai Rick frugare alla cieca sul sedile posteriore; d’un tratto, afferrata una stecca da biliardo, spalancò la portiera e saltò giù.
Gli gridai dietro: "Rick! Che faccio coi bagagli?"
"Pensa a prenderti un pezzo di valore, piuttosto!"
E scomparve.  

(...) Indossavano maschere nere e vestivano di nero. Guidavano furgoni, auto sportive e station wagon. Avevano fucili a pompa e mitra. La prima mossa fu investire frontalmente la Trans Am che stavo guidando. Urla. Una fucilata mandò in frantumi il parabrezza. Qualcuno gridò:
"Non ti muovere, cazzo, o ti faccio scoppiare il cervello!"
La portiera fu spalancata con violenza, io scaraventato fuori. Mi piazzarono le manette intorno ai polsi, braccia dietro la schiena. Qualcuno mi coprì la faccia con una specie di passamontagna, ma senza buchi per gli ochhi, dopodiché venni sollevato da terra e portato di peso per un tratto; infine mi buttarono in un furgone. Pensavo che mi avrebbero ucciso e scaricato in un posto qualsiasi. Il cappuccio mi scivolò dalla testa e riuscìì a dare una sbirciata intorno: altre armi, granate e giubbotti antiproiettile. Non avevo ancora sentito nessuno dire di essere della polizia, o dell'FBI, o di qualsiasi altra cosa.
Chi era quella gente dal volto coperto? Me lo chiedo ancora oggi.  

(...) Qualche cosa stava andando storto. Stavo tornando in cella, nella prigione della contea, quando mi accorsi che tutti i carcerati bianchi erano scomparsi. Anche le guardie erano scomparse. Da un televisore mi arrivarono le note di "Soul Train". Sentii qualcuno alle mie spalle e mi mossi instintivamente. Le cartelline dei miei documenti si sparsero sullo pavimento di cemento sporco. Venni abbagliato da una luce improvvisa contro la quale distinsi a mala pena un’ombra nera che usciva dalle docce. Era un detenuto con il quale ore prima avevo avuto un’aspra discussione a proposito del volume del televisore, troppo alto. Nessuno degli altri bianchi avrebbe mosso un dito, perciò tutto dipendeva da me. Mi si gettò addosso impugnando il manico dello spazzolone, cui aveva fatto una punta micidiale: mi colpì al petto, ma non penetrò a fondo. Afferrai il bastone, lo spezzai in due, e mi buttai a corpo morto contro ill mio aggressore. Era una massa di muscoli. Lasciai che la rabbia, accumulatasi dentro di me per un verdetto ingiusto dopo l’altro, rompesse gli argini, e continuai a colpirlo sbattendolo da una parte all’altra del ballatoio finché non mi trovai sopra di lui. Vedevo gli altri detenuti, uno dopo l'altro, sporgersi dagli spioncini delle celle, nel tentativo di vedere cosa stava succedendo al di là delle grandi porte rettangolari. Sapevo che se non avessi vinto, per me sarebbe stata la fine. Il mio allenamento di lotta dei tempi del Boys Ranch mi venne in aiuto: inchiodai il mio mancato assassino con una presa alla schiena che gli impediva di muovere le braccia e tirare calci. Iniziai a strangolarlo, ma mi fermai in tempo.
"La pianti di fare cazzate?" chiesi.
Avevo i polmoni in fiamme.  

(...) Se possono riempire un altro letto nella sezione d’isolamento lo riempiono. Così facendo ricevono, ogni volta, da dieci a venticinquemila dollari di bonus. Ci sono uomini buttati e rinchiusi in celle luride, fatti impazzire dalle guardie, dal freddo, dalle luci, e dal balbettio incessante dei pazzi veri. Ci hanno provato anche con me. Pensate che perfino il KGB, in Russia, ha condotto test sulle torture arrivando alla conclusione che l’isolamento è una delle condizioni che più danneggiano la mente umana. Ma per loro non ha la minima importanza;
al contrario, questa è la procedura operativa abituale nelle due SMU, la I e la II. Io sono in isolamento dal 1993. Questo è l’apparato carcerario. L’avidità è la sua forza motrice, il denaro è il suo carburante e io ne sono diventato un prodotto. Condannato, incarcerato per un crimine che non ho commesso, per reati mai accaduti.
Avere giustizia costa soldi, soldi che ancora non ho.
Devo smettere. Stanno arrivando di nuovo per distruggere il poco che ho e perquisirmi i pensieri. (Devo nascondere queste pagine. Succede spesso, specialmente quando mi sentono battere troppo a macchina). 

Dal secondo capitolo: La fabbrica della prigione 

Il Dipartimento Correzionale dell’Arizona (ADOC) occupa più persone e succhia più soldi ai contribuenti di qualunque altra branca governativa in tutta l’Arizona. Non guardate a un bilancio di quattrocento milioni di dollari, o alla legge che stanzia più di trenta ulteriori milioni per la costruzione di nuove prigioni, né al livello di corruzione delle singole persone: non sono che spiccioli. Questa è la corsa all’oro. Ci sono caterve di presidenti, direttori esecutivi, avvocati, agenti di polizia, guardie, contatti politici e "Amici delle carceri" che ne ricavano speculazioni edilizie da svariati milioni di dollari e appalti di altro genere, il tutto a tassi stratosfericamente più alti di quelli praticati normalmente. Il governatore dell’Arizona, Fife Symington, si è reso colpevole del reato di frode per un ammontare di milioni di dollari, ma intanto continua a firmare decreti speciali che sottraggono potere ai giudici, e a passarli a pubblici ministeri di nemmeno venticinque anni, usciti freschi freschi dalla facoltà di giurisprudenza, così che sono i peggiori a continuare a vincere i processi, non la giustizia. Molte leggi, e gran parte de disegni di legge, non sono altro che bugie tese a facilitare l’entrata in vigore di una legge ulteriore, ancor più restrittiva. Io ero in possesso di tutti i requisiti necessari a ottenere la buona condotta, in base ad una nuova disposizione che teneva conto del rapporto tra la pena cui ero stato condannato, straordinariamente lunga e i crimini di cui mi avevano accusato. Rispondevo a tutti i criteri di valutazione, e a qualcuno in più, ma la commissione incaricata dal governatore di applicare i benefici di legge si comportò in modo ipocrita. Respinsero la mia richiesta senza addurre nemmeno una ragione, come fanno la maggior parte delle volte, se non tutte. Pochi mesi prima mi avevano assicurato che la sentenza successiva mi avrebbe concesso la libertà provvisoria, grazie alla mia condotta e produttività eccellenti. Purtroppo è ridicolo constatare come preferiscano mettere in libertà un molestatore di bambini o uno stupratore invece di qualcuno che non si è mai sporcato le mani di sangue. Così quel governatore disonesto, che nel 1988 è addirittura finito qualche giorno in galera, continua a sfornare divieti che spediscono in prigione sempre più gente, sempre più a lungo, per una varietà di nuovi crimini, la metà dei quali non è un crimine neanche nella più spericolata delle fantasie. Ad ogni legislatura una dose di insicurezza e una manciata d’intuizione creativa portano i politici a promulgare l’ennesima legge che proibisce l’ennesima attività. Si comincia così.  

Il Piano

Pistole a terra, fumanti, tra gli arbusti stentati del deserto. Uno sceriffo steso, morto. Baracche di legno all’orizzonte annunciano la città di Phoenix, Arizona.
Un uomo scandisce:
"Benvenuto in Arizona, sceriffo".
Ciò detto gli sputa in faccia. Ha la saliva nera a furia di masticare tabacco. Infine il suo sguardo atterra sull’abitato.
Già, ma non è un romanzo. Nella realtà tutto cominciò con un solo uomo. Si autonominò sceriffo, e badate che non era un tiratore da quattro soldi, no: era uno tosto. La mossa successiva fu di far arrivare l’acqua in città. Da un giorno all'altro Phoenix iniziò ad espandersi portandosi dietro, ben presto, l’intera Arizona. C’era bisogno di un corpo di polizia più efficiente e nutrito.  

(...) Dio vi aiuti, se siete poveri come me. Possa Egli aiutarvi il doppio, se anche voi venite da fuori città, come me. Chissà che non vi riesca di avere fortuna e aggiudicarvi un avvocato giovane, ancora immune dagli effetti del sistema, dalla sua sordida corruzione e dalla sua mancanza di umanità. Questo sistema se ne sta ancora aggrappato come carne marcia allo scheletro della legge, il cui midollo è stato infettato e corrotto da interessi privati e dal sistema di tangenti dei pubblici ufficiali. Mia madre e Dolly consegnarono cinquemila dollari all’avvocato che mi rappresentò quando mi condannarono a diciotto anni e nove mesi. Non era abbastanza.  

(...) Ho visto pubblici ufficiali prendere di mira detenuti e ammazzarli senza alcuna ragione, li ho visti uccidere uomini innocenti nelle camere a gas, li ho visti rinchiudere altri esseri innocenti che avevano perduto la voce soltanto perché non avevano i soldi per parlare o perché oramai erano marchiati a fuoco con la qualifica di carcerato: sinonimo automatico di bugiardo. E se mai quella voce tentasse ancora di farsi sentire la cosa più probabile è che il suo proprietario passerebbe ad una reclusione più dura. L’attuale amministrazione carceraria mi ha sequestrato per un anno e mezzo la macchina da scrivere e ha continuato per tre anni a strapparmi i manoscritti. In questo stesso momento mi chiedo fino a quando mi lasceranno scrivere e se riuscirò mai a far uscire queste pagine.  
La società che amministra e alimenta la fabbrica della prigione esiste, credetemi. Uomini vi sono messi a morte, e così pure donne, il tutto per ragioni di pubbliche relazioni e propaganda.
Ora vi racconterò come mai l’Arizona si è convertita rapidamente dalle camere a gas alle iniezioni letali. Quando Grant Woods, il Procuratore Generale che amministra la giustizia in Arizona, uscì dalla camera a gas prima dell’ultima esecuzione (ultima in ordine di tempo), qualcuno lo sentì dire, con aria casuale, che le camere a gas ci mettevano troppo tempo a uccidere i condannati.
"E poi, come dire?, sono un po’ troppo macabre", aggiunse.
L’affermazione arrivò ai media e da lì rimbalzò sulla pubblica opinione, che prese rapidamente posizione contro la pena di morte. Ma fu solo un fuoco di paglia. Nel vecchio braccio della morte della prigione lo stato dell’Arizona si precipitò, riassemblando i pezzi della camera a gas, a costruire su due piedi una camera della morte di fortuna, dichiarando che così le prossime esecuzioni sarebbero state più "civili". Non ho mai visto far qualcosa a maggior velocità di quella adoperata per costruire il nuovo teatrino per le iniezioni mortali.  

(...) Forse non vi siete resi conto della minacce, o delle restrizioni alla libertà, che si sono moltiplicate da dieci anni a questa parte: divieti di fumare, contravvenzioni, sentenze innovative, aumento dei costi di molti servizi, nuove tasse e sovrapprezzi per determinati prodotti non controllati dall’apparato. Recentemente abbiamo sentito parlare di leggi speciali e di coprifuoco serale, con la conseguenza che più d'uno è finito in galera per quello che ha fatto il suo cane, o il suo gatto, o suo figlio. Una ragione come un’altra per riempire il tritacarne di persone fresche. Regole e divieti si stanno stringendo intorno al collo della pubblica opinione addormentata. Sono come pecore inconsapevoli della lama del macellaio in attesa, oltre la collina.
Io guardo dall’interno. Io la vedo arrivare. Non come una profezia ma come l'evoluzione del principio di causa e di effetto.

(...) Mi azzardai a chiedere:
"Che storia è questa? Volete perquisirci o il servizio di lavanderia ha cambiato turno?"
"Non discutere! Girati e apriti le chiappe, così, adesso piegati in avanti e spalancale. Tossisci! Okay, rigirati, alza le braccia. Adesso fammi vedere la pianta dei piedi. Rimettiti le mutande e appoggiati alla porta, di schiena."
Sentìi sulla pelle nuda, la feritoia da cui mi passano il cibo. Si tratta di una fessura lunga cinquanta centimetri e alta una decina dalla quale mi infilano in cella i pasti, e attraverso la quale ogni volta vengo ammanettato prima che mi lascino libero di uscire. Gli anelli d’acciaio mi vennero chiusi strettamente intorno ai polsi. Cercai disperatamente una posizione migliore perché il buco è in basso e io sono alto. L’agente alle mie spalle dette uno strattone alla catena tra i due braccialetti, spingendomi con forza gli avambracci contro il bordo metallico della feritoia. Mentre la porta, a fatica, si apriva, Olsen tirò di nuovo la catena che avevo ai polsi, tanto brutalmente che la porta si arrestò mentre il bordo tagliente d’acciaio mi penetrava nella carne.
"Avanti!" gridò mentre mi strattonava all’indietro, cosicché non potevo muovermi.
La porta si aprì e io venni scaraventato a tre metri di distanza: fu la ringhiera delle scale a fermarmi. La mia cella era all’ultimo piano.  

(...) Con violenza mi costrinsero ad alzarmi. La catena che mi impacciava le gambe non era più lunga di trenta centimetri. Di nuovo venni "aiutato" a camminare, incespicando in continuazione. I due agenti avevano ricominciato a buttarmisi contro e a storcermi le braccia. Mi bruciavano i polmoni, ma sapevo di dovercela fare per altri duecento metri. Ero fradicio di sudore. Incredibilmente d’un tratto, del tutto inesplicabilmente, mi arrivò un profumo di pane appena sfornato. Da qualche parte una voce di donna sussurrò:
"Oh, no, non Guillen."
Mi venne da sorridere, ma lo tenni per me: ero umiliato e sconcertato nello stesso tempo. Avevo i crampi alle gambe, e le ginocchia mi cedevano ad ogni passo. Proseguivo buttando un piede avanti all’altro finché potevo, finché la catena troppo corta si tendeva penetrandomi nelle carni. Se tentavo di fermarmi quei due ricominciavano a spingermi più forte, avanti, ancora, sempre più veloce, più di quanto potessi, costringendomi a fare passi più lunghi della catena: sentivo il suono dei miei stessi rantolii. Ormai era chiaro che se non avessi continuato ad andare avanti, se mi fossi fermato o fossi caduto, mi avrebbero potuto prendere tranquillamente a calci o, peggio, asfissiarmi a morte col gas.  

(...) Sul dorso del piede avvertivo un gocciolio inquietante. Abbassai gli occhi e mi accorsi che il sangue che mi scorreva dai polsi si andava mescolando a quello delle caviglie, delle ginocchia, dei polpacci, in un'unica piaga. La mano destra era completamente intorpidita e mi faceva male il pollice. Il dolore mi stava aggrappato alla colonna vertebrale e mi invadeva il petto dal quale, pulsanti, le fitte raggiungevano ogni singola fibra del mio corpo. Mi avevano davvero messo completamente fuori uso. Con disgusto mi accorsi che le pareti della cella erano coperte di feci, secche e incrostate; ero in un buco quadrato di nemmeno un metro di lato, con il soffitto basso. L’attacco di asma che mi aveva sfiancato stava lentamente regredendo. Un agente, in un sussulto d’umanità, mi fece passare da quella cella a un’altra, una "normale". Mi trovavo nell’unità di contenzione violenta, o VCU: ci sarei rimasto mesi e mesi, solo e al freddo, in isolamento, rischiando di impazzire.  

(...) Sono cinque anni che non abbraccio più mia madre, o i miei nonni. Cinque anni che non ho più alcun contatto umano. È questa la fabbrica della prigione, è questa l’industria che la sostiene, questo è il sistema, questo il tritacarne. Sono stato giudicato "peggiore tra i peggiori" sebbene non abbia mai aggredito nessuno, mai preso parte a una rissa, mai tentato di evadere. Sono stato mandato all’inferno, né più né meno. Un inferno costruito dall’uomo, dal quale forse non uscirò mai più.
Devo andare. Sento che si avvicinano; li sento, in agguato, tutti tesi a sentirmi battere sui tasti. Sperano di cogliermi in un momento di distrazione. Eccoli. Il cancello si apre sul ballatoio. Eccoli che avanzano parlando piano, squittendo come ratti. Devo andare. Eccoli Arrivano i demoni...

Proseguiamo con le ultime righe e la poesia che chiudono il libro.

Se mai dovesse arrivarvi alle orecchie la notizia dell’avvenuta esecuzione di un uomo chiamato Karl Louis Guillen, e nel caso che i media non dovessero riportare le sue ultime parole, ve le lascio ora. Immaginate di ascoltarle dalle labbra inaridite di uomo alto un metro e ottantotto, con i capelli castani e gli occhi nocciola, il colorito pallido di chi ha passato anni in isolamento in una carnagione altrimenti dorata, che alcuni a suo tempo definirono un bel ragazzo. E ora guardate la tavola a forma di croce alla quale sono legato, le spesse strisce di cuoio che stringono i muscoli segandomi la pelle, i tubi delle endovene collegati alle braccia, gli aghi coperti dai cerotti che me li tengono fermi nelle vene, vene che fino a quel giorno erano rimaste intatte.
Leggetele ad alta voce, così forse riuscirete a sentire me. Ho una voce normalissima, simile a quella di qualunque altro essere umano di sesso maschile: leggermente più bassa, forse, ma per il resto assolutamente normale.

Ascoltatela. Ora.  

 
Ultime Parole  

Con queste mie parole io vi saluterò.
Non cedete alla rabbia se presto morirò:
sono morti già in tanti, gasati, avvelenati,
come animali in fila, uccisi e macellati.
Stavolta tocca a un uomo e non a un animale
ma non odiate, anzi: piangete, se fa male.

Un anno dopo l’altro han provato a piegarmi,
rinchiudendomi al buio, usando gas e armi,
lasciandomi da solo, spezzandomi le dita,
picchiandomi, umiliandomi, strappandomi la vita.
Se non sono impazzito tra sbarre, ferri e mura
è perché la memoria combatte la paura.

Ho superato indenne, o quasi, quest’inferno
solo grazie all’amore di chi, dal mondo esterno
mi ha ricordato sempre, con fiducia e coraggio,
che non ero da solo a fare questo viaggio.
Perfino adesso io vi sento qui vicino,
ma vi devo lasciare, vedete? M’incammino
verso luci abbaglianti, verso ignoti misteri.
Ricordatemi vivo, ricordatemi ieri.
Oggi mi tocca andare, da solo, sempre avanti:
ma vi porto nel cuore, lo giuro, tutti quanti.
Non vi consolo, no, dico la verità.
Sentitela nel vento, che non si ferma e va.

Ma il mio sé più segreto continuerà la lotta
anche ora che questa terrena gabbia è rotta.
Continuerò a lottare senza voce né mani,
per i giorni infiniti, per oggi e per domani.
In questa vita bella, amara, dolce, incerta
sarò quello che fui: una ferita aperta.

Crocifisso alla morte che mi dettero in terra
io, vittima innocente di questa sporca guerra
combattuta ogni notte, rinnegata ogni giorno
vi resterò vicini, farò sempre ritorno
per darvi forza come l’avete data a me.
Se non è vita questa, non so quale lo è.

Vi aspetterò: vedrete, al risveglio, al mattino
troverete un mio segno tra lenzuolo e cuscino;
quando sarete deboli, quando avrete bisogno
mi troverete al limite tra desiderio e sogno.
Guardate oltre le stelle, oltre il cielo, più in là,
e vedrete una luce che mai si spegnerà.

Sarò io che dall’alto scriverò mille storie,
sceneggiature, dialoghi, poesie, versi, memorie.
Direte: "Cos’è stato quel suono, quel fruscio?"
Non abbiate paura: guardate, sono io
che posso finalmente fare quello che voglio
seduto in mezzo al cielo, con una penna e un foglio.

Le ultime parole di Karl
(Se il governo avrà giustiziato quest'uomo)

Chiudiamo questa sottopagina con le ultimissime righe con cui Karl ha definitivamente suggellato il Tritacarne:

Il mio nome è Karl Louis Guillen. Non dimenticatemi tra le decine e decine di altri casi, perché quando è tempo di mietere, la grande mietitrice falcia tutti i germogli, anche i più innocenti...

Karl Louis Guillen ADC # 77614
Arizona State Prison
P.O.BOX 3400/SMU II
Florence, Arizona 85232
USA



Vi ricordiamo che Il Tritacarne ora è disponibile anche nella sua versione originale e integrale con il titolo di The Grinder, pubblicato da Xlibris.
Potete ordinarlo cliccando qui o tramite e-mail.
Altre maniere per contattare Xlibris e ordinare The Grinder:
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Tel:+1-1-888-795-4274 opzione 3
Tramite posta ordinaria a:
Xlibris Corp.
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Philadelphia, PA 19106 USA


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INTRODUZIONE - IL TRITACARNE - PREMESSA -
CAPITOLO PRIMO: L'INIZIO DELLA FINE
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IL PIANO - L'ULTIMO PARAGRAFO E LE ULTIME PAROLE...


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