Dalla Premessa
dell'autore:
Ho
scritto questo libro nel miglior modo possibile data la condizione
di estrema solitudine in cui vivo. (...) Infine, questo libro
non è che una parte di quel che posso ricordare. Ho chiamato questo
lavoro memoria, per quanto il termine non sia appropriato dato che
non sono in grado di svolgere ricerche più precise sugli eventi. Chiedo
scusa a chiunque di eventuali errori di data o di luogo.
Queste luci sempre accese e questi muri costanti rubano i ricordi
e rendono certi episodi simili a miraggi; ma questa storia l’ho scritta
e riscritta per renderla insieme appassionante e comprensibile. Mi
rimane poco tempo. Godetevela.
Dal primo capitolo:
L'inizio della fine
Fu
una turbolenza a strapparmi al sogno. Mi accorsi che il motore del
camion andava su di giri, dopodiché partimmo all’indietro; infine
ci fu un urto. Non troppo forte, solo una piccola botta. Le gomme
mordevano l’asfalto stridendo. Solo allora mi resi conto che ci stavano
inseguendo ad altissima velocità: le luci rosse, bianche e blu lampeggiavano
alle nostre spalle, poi ci furono addosso. Mi girai a guardare Rick,
vidi l’espressione maniacale sul suo viso, e mi allacciai la cintura
di sicurezza. Lo sentii ridere, poi esplose il rumore di uno sparo;
no, era soltanto una gomma che scoppiava mentre imboccavamo il ponte
della sessantesima, non ancora terminato. Guardai fuori e in basso,
accorgendomi che stavamo correndo sulla ringhiera esterna dell’impalcatura
del ponte. Il cemento doveva ancora essere gettato. Da qualche parte,
laggiù, le auto viaggiavano veloci. La polizia aveva smesso di inseguirci.
Il camion s’era bloccato dopo un centinaio di metri. Guardai Rick
frugare alla cieca sul sedile posteriore; d’un tratto, afferrata una
stecca da biliardo, spalancò la portiera e saltò giù.
Gli gridai dietro: "Rick! Che faccio coi bagagli?"
"Pensa a prenderti un pezzo di valore, piuttosto!"
E scomparve.
(...) Indossavano maschere nere e vestivano di nero. Guidavano furgoni,
auto sportive e station wagon. Avevano fucili a pompa e mitra. La
prima mossa fu investire frontalmente la Trans Am che stavo
guidando. Urla. Una fucilata mandò in frantumi il parabrezza.
Qualcuno gridò:
"Non ti muovere, cazzo, o ti faccio scoppiare il cervello!"
La portiera fu spalancata con violenza, io scaraventato fuori. Mi
piazzarono le manette intorno ai polsi, braccia dietro la schiena.
Qualcuno mi coprì la faccia con una specie di passamontagna,
ma senza buchi per gli ochhi, dopodiché venni sollevato da
terra e portato di peso per un tratto; infine mi buttarono in un furgone.
Pensavo che mi avrebbero ucciso e scaricato in un posto qualsiasi.
Il cappuccio mi scivolò dalla testa e riuscìì a dare
una sbirciata intorno: altre armi, granate e giubbotti antiproiettile.
Non avevo ancora sentito nessuno dire di essere della polizia, o dell'FBI,
o di qualsiasi altra cosa.
Chi era quella gente dal volto coperto? Me lo chiedo ancora oggi.
(...) Qualche cosa stava andando storto.
Stavo tornando in cella, nella prigione della contea, quando mi accorsi
che tutti i carcerati bianchi erano scomparsi. Anche le guardie erano
scomparse. Da un televisore mi arrivarono le note di "Soul Train".
Sentii qualcuno alle mie spalle e mi mossi instintivamente. Le cartelline
dei miei documenti si sparsero sullo pavimento di cemento sporco.
Venni abbagliato da una luce improvvisa contro la quale distinsi a
mala pena un’ombra nera che usciva dalle docce. Era un detenuto con
il quale ore prima avevo avuto un’aspra discussione a proposito del
volume del televisore, troppo alto. Nessuno degli altri bianchi avrebbe
mosso un dito, perciò tutto dipendeva da me. Mi si gettò addosso impugnando
il manico dello spazzolone, cui aveva fatto una punta micidiale: mi
colpì al petto, ma non penetrò a fondo. Afferrai il bastone, lo spezzai
in due, e mi buttai a corpo morto contro ill mio aggressore. Era una
massa di muscoli. Lasciai che la rabbia, accumulatasi dentro di me
per un verdetto ingiusto dopo l’altro, rompesse gli argini, e continuai
a colpirlo sbattendolo da una parte all’altra del ballatoio finché
non mi trovai sopra di lui. Vedevo gli altri detenuti, uno dopo l'altro,
sporgersi dagli spioncini delle celle, nel tentativo di vedere cosa
stava succedendo al di là delle grandi porte rettangolari. Sapevo
che se non avessi vinto, per me sarebbe stata la fine. Il mio allenamento
di lotta dei tempi del Boys Ranch mi venne in aiuto: inchiodai il
mio mancato assassino con una presa alla schiena che gli impediva
di muovere le braccia e tirare calci. Iniziai a strangolarlo, ma mi
fermai in tempo.
"La pianti di fare cazzate?" chiesi.
Avevo i polmoni in fiamme.
(...) Se possono riempire un altro letto
nella sezione d’isolamento lo riempiono. Così facendo ricevono, ogni
volta, da dieci a venticinquemila dollari di bonus. Ci sono uomini
buttati e rinchiusi in celle luride, fatti impazzire dalle guardie,
dal freddo, dalle luci, e dal balbettio incessante dei pazzi veri.
Ci hanno provato anche con me. Pensate che perfino il KGB, in Russia,
ha condotto test sulle torture arrivando alla conclusione che l’isolamento
è una delle condizioni che più danneggiano la mente umana. Ma per
loro non ha la minima importanza;
al contrario, questa è la procedura operativa abituale nelle due SMU,
la I e la II. Io sono in isolamento dal 1993. Questo è l’apparato
carcerario. L’avidità è la sua forza motrice, il denaro è il suo carburante
e io ne sono diventato un prodotto. Condannato, incarcerato per un
crimine che non ho commesso, per reati mai accaduti. Avere
giustizia costa soldi, soldi che ancora non ho.
Devo smettere. Stanno arrivando di nuovo per
distruggere il poco che ho e perquisirmi i pensieri. (Devo nascondere
queste pagine. Succede spesso, specialmente quando mi sentono battere
troppo a macchina).
Dal secondo capitolo:
La fabbrica della prigione
Il Dipartimento Correzionale
dell’Arizona (ADOC) occupa più persone e succhia più soldi ai contribuenti
di qualunque altra branca governativa in tutta l’Arizona. Non guardate
a un bilancio di quattrocento milioni di dollari, o alla legge che
stanzia più di trenta ulteriori milioni per la costruzione di nuove
prigioni, né al livello di corruzione delle singole persone: non sono
che spiccioli. Questa è la corsa all’oro. Ci sono caterve di presidenti,
direttori esecutivi, avvocati, agenti di polizia, guardie, contatti
politici e "Amici delle carceri" che ne ricavano
speculazioni edilizie da svariati milioni di dollari e appalti di
altro genere, il tutto a tassi stratosfericamente più alti di quelli
praticati normalmente. Il governatore dell’Arizona, Fife Symington,
si è reso colpevole del reato di frode per un ammontare di milioni
di dollari, ma intanto continua a firmare decreti speciali che sottraggono
potere ai giudici, e a passarli a pubblici ministeri di nemmeno venticinque
anni, usciti freschi freschi dalla facoltà di giurisprudenza, così
che sono i peggiori a continuare a vincere i processi, non la giustizia.
Molte leggi, e gran parte de disegni di legge, non sono altro che
bugie tese a facilitare l’entrata in vigore di una legge ulteriore,
ancor più restrittiva. Io ero in possesso di tutti i requisiti necessari
a ottenere la buona condotta, in base ad una nuova disposizione che
teneva conto del rapporto tra la pena cui ero stato condannato, straordinariamente
lunga e i crimini di cui mi avevano accusato. Rispondevo a tutti i
criteri di valutazione, e a qualcuno in più, ma la commissione incaricata
dal governatore di applicare i benefici di legge si comportò in modo
ipocrita. Respinsero la mia richiesta senza addurre nemmeno una ragione,
come fanno la maggior parte delle volte, se non tutte. Pochi mesi
prima mi avevano assicurato che la sentenza successiva mi avrebbe
concesso la libertà provvisoria, grazie alla mia condotta e produttività
eccellenti. Purtroppo è ridicolo constatare come preferiscano mettere
in libertà un molestatore di bambini o uno stupratore invece
di qualcuno che non si è mai sporcato le mani di sangue. Così
quel governatore disonesto, che nel 1988 è addirittura finito qualche
giorno in galera, continua a sfornare divieti che spediscono in prigione
sempre più gente, sempre più a lungo, per una varietà di nuovi crimini,
la metà dei quali non è un crimine neanche nella più
spericolata delle fantasie. Ad ogni legislatura
una dose di insicurezza e una manciata d’intuizione creativa portano
i politici a promulgare l’ennesima legge che proibisce l’ennesima
attività. Si comincia così.
Il
Piano
Pistole a terra, fumanti,
tra gli arbusti stentati del deserto. Uno sceriffo steso, morto. Baracche
di legno all’orizzonte annunciano la città di Phoenix, Arizona.
Un uomo scandisce:
"Benvenuto in Arizona, sceriffo".
Ciò detto gli sputa in faccia. Ha la saliva nera a furia di
masticare tabacco. Infine il suo sguardo atterra sull’abitato.
Già, ma non è un romanzo. Nella realtà tutto cominciò con un
solo uomo. Si autonominò sceriffo, e badate che non era un tiratore
da quattro soldi, no: era uno tosto. La mossa successiva fu di far
arrivare l’acqua in città. Da un giorno all'altro Phoenix iniziò ad
espandersi portandosi dietro, ben presto, l’intera Arizona. C’era
bisogno di un corpo di polizia più efficiente e nutrito.
(...) Dio vi aiuti, se siete poveri come
me. Possa Egli aiutarvi il doppio, se anche voi venite da fuori città,
come me. Chissà che non vi riesca di avere fortuna e aggiudicarvi
un avvocato giovane, ancora immune dagli effetti del sistema, dalla
sua sordida corruzione e dalla sua mancanza di umanità. Questo sistema
se ne sta ancora aggrappato come carne marcia allo scheletro della
legge, il cui midollo è stato infettato e corrotto da interessi privati
e dal sistema di tangenti dei pubblici ufficiali. Mia madre e Dolly
consegnarono cinquemila dollari all’avvocato che mi rappresentò quando
mi condannarono a diciotto anni e nove mesi. Non era abbastanza.
(...) Ho visto pubblici ufficiali prendere
di mira detenuti e ammazzarli senza alcuna ragione, li ho visti uccidere
uomini innocenti nelle camere a gas, li ho visti rinchiudere altri
esseri innocenti che avevano perduto la voce soltanto perché non avevano
i soldi per parlare o perché oramai erano marchiati a fuoco con la
qualifica di carcerato: sinonimo automatico di bugiardo. E se mai
quella voce tentasse ancora di farsi sentire la cosa più probabile
è che il suo proprietario passerebbe ad una reclusione più dura. L’attuale
amministrazione carceraria mi ha sequestrato per un anno e mezzo la
macchina da scrivere e ha continuato per tre anni a strapparmi i manoscritti.
In questo stesso momento mi chiedo fino a quando mi lasceranno scrivere
e se riuscirò mai a far uscire queste pagine.
La società che amministra e alimenta la fabbrica della prigione
esiste, credetemi. Uomini vi sono messi a morte, e così pure
donne, il tutto per ragioni di pubbliche relazioni e propaganda.
Ora vi racconterò come mai l’Arizona si è convertita rapidamente dalle
camere a gas alle iniezioni letali. Quando Grant Woods, il Procuratore
Generale che amministra la giustizia in Arizona, uscì dalla camera
a gas prima dell’ultima esecuzione (ultima in ordine di tempo), qualcuno
lo sentì dire, con aria casuale, che le camere a gas ci mettevano
troppo tempo a uccidere i condannati.
"E poi, come dire?, sono un po’ troppo macabre", aggiunse.
L’affermazione arrivò ai media e da lì rimbalzò sulla pubblica opinione,
che prese rapidamente posizione contro la pena di morte. Ma fu solo
un fuoco di paglia. Nel vecchio braccio della morte della prigione
lo stato dell’Arizona si precipitò, riassemblando i pezzi della
camera a gas, a costruire su due piedi una camera della morte di fortuna,
dichiarando che così le prossime esecuzioni sarebbero state
più "civili". Non ho mai visto far qualcosa a maggior velocità di
quella adoperata per costruire il nuovo teatrino per le iniezioni
mortali.
(...) Forse non vi siete resi conto della
minacce, o delle restrizioni alla libertà, che si sono moltiplicate
da dieci anni a questa parte: divieti di fumare, contravvenzioni,
sentenze innovative, aumento dei costi di molti servizi, nuove tasse
e sovrapprezzi per determinati prodotti non controllati dall’apparato.
Recentemente abbiamo sentito parlare di leggi speciali e di coprifuoco
serale, con la conseguenza che più d'uno è finito in
galera per quello che ha fatto il suo cane, o il suo gatto, o suo
figlio. Una ragione come un’altra per riempire il tritacarne di persone
fresche. Regole e divieti si stanno stringendo intorno al collo della
pubblica opinione addormentata. Sono come pecore inconsapevoli della
lama del macellaio in attesa, oltre la collina.
Io guardo dall’interno. Io la vedo arrivare. Non come una profezia
ma come l'evoluzione del principio di causa e di effetto.
(...) Mi azzardai a chiedere:
"Che storia è questa? Volete perquisirci o il servizio di lavanderia
ha cambiato turno?"
"Non discutere! Girati e apriti le chiappe, così, adesso piegati in
avanti e spalancale. Tossisci! Okay, rigirati, alza le braccia. Adesso
fammi vedere la pianta dei piedi. Rimettiti le mutande e appoggiati
alla porta, di schiena."
Sentìi sulla pelle nuda, la feritoia da cui mi passano il cibo.
Si tratta di una fessura lunga cinquanta centimetri e alta una decina
dalla quale mi infilano in cella i pasti, e attraverso la quale ogni
volta vengo ammanettato prima che mi lascino libero di uscire. Gli
anelli d’acciaio mi vennero chiusi strettamente intorno ai polsi.
Cercai disperatamente una posizione migliore perché il buco è in basso
e io sono alto. L’agente alle mie spalle dette uno strattone alla
catena tra i due braccialetti, spingendomi con forza gli avambracci
contro il bordo metallico della feritoia. Mentre la porta, a fatica,
si apriva, Olsen tirò di nuovo la catena che avevo ai polsi, tanto
brutalmente che la porta si arrestò mentre il bordo tagliente d’acciaio
mi penetrava nella carne.
"Avanti!" gridò mentre mi strattonava all’indietro, cosicché non potevo
muovermi.
La porta si aprì e io venni scaraventato a tre metri di distanza:
fu la ringhiera delle scale a fermarmi. La mia cella era all’ultimo
piano.
(...) Con violenza mi costrinsero ad
alzarmi. La catena che mi impacciava le gambe non era più lunga di
trenta centimetri. Di nuovo venni "aiutato" a camminare, incespicando
in continuazione. I due agenti avevano ricominciato a buttarmisi contro
e a storcermi le braccia. Mi bruciavano i polmoni, ma sapevo di dovercela
fare per altri duecento metri. Ero fradicio di sudore. Incredibilmente
d’un tratto, del tutto inesplicabilmente, mi arrivò un profumo di
pane appena sfornato. Da qualche parte una voce di donna sussurrò:
"Oh, no, non Guillen."
Mi venne da sorridere, ma lo tenni per me: ero umiliato e sconcertato
nello stesso tempo. Avevo i crampi alle gambe, e le ginocchia mi cedevano
ad ogni passo. Proseguivo buttando un piede avanti all’altro finché
potevo, finché la catena troppo corta si tendeva penetrandomi nelle
carni. Se tentavo di fermarmi quei due ricominciavano a spingermi
più forte, avanti, ancora, sempre più veloce, più di quanto potessi,
costringendomi a fare passi più lunghi della catena: sentivo il suono
dei miei stessi rantolii. Ormai era chiaro che se non avessi continuato
ad andare avanti, se mi fossi fermato o fossi caduto, mi avrebbero
potuto prendere tranquillamente a calci o, peggio, asfissiarmi a morte
col gas.
(...) Sul dorso del piede avvertivo un gocciolio inquietante. Abbassai
gli occhi e mi accorsi che il sangue che mi scorreva dai polsi si
andava mescolando a quello delle caviglie, delle ginocchia, dei polpacci,
in un'unica piaga. La mano destra era completamente intorpidita e
mi faceva male il pollice. Il dolore mi stava aggrappato alla colonna
vertebrale e mi invadeva il petto dal quale, pulsanti, le fitte raggiungevano
ogni singola fibra del mio corpo. Mi avevano davvero messo completamente
fuori uso. Con disgusto mi accorsi che le pareti della cella erano
coperte di feci, secche e incrostate; ero in un buco quadrato di nemmeno
un metro di lato, con il soffitto basso. L’attacco di asma che mi
aveva sfiancato stava lentamente regredendo. Un agente, in un sussulto
d’umanità, mi fece passare da quella cella a un’altra, una "normale".
Mi trovavo nell’unità di contenzione violenta, o VCU: ci sarei rimasto
mesi e mesi, solo e al freddo, in isolamento, rischiando di impazzire.
(...) Sono cinque anni che non abbraccio
più mia madre, o i miei nonni. Cinque anni che non ho più alcun contatto
umano. È questa la fabbrica della prigione, è questa l’industria che
la sostiene, questo è il sistema, questo il tritacarne. Sono stato
giudicato "peggiore tra i peggiori" sebbene non abbia mai aggredito
nessuno, mai preso parte a una rissa, mai tentato di evadere. Sono
stato mandato all’inferno, né più né meno. Un
inferno costruito dall’uomo, dal quale forse non uscirò mai più.
Devo andare. Sento che si avvicinano; li sento, in agguato, tutti
tesi a sentirmi battere sui tasti. Sperano di cogliermi in un momento
di distrazione. Eccoli. Il cancello si apre
sul ballatoio. Eccoli che avanzano parlando piano, squittendo come
ratti. Devo andare. Eccoli Arrivano i demoni...
Proseguiamo
con le ultime righe e la poesia che chiudono il libro.
Se
mai dovesse arrivarvi alle orecchie la notizia dell’avvenuta esecuzione
di un uomo chiamato Karl Louis Guillen, e nel caso che i media non
dovessero riportare le sue ultime parole, ve le lascio ora. Immaginate
di ascoltarle dalle labbra inaridite di uomo alto un metro e ottantotto,
con i capelli castani e gli occhi nocciola, il colorito pallido di
chi ha passato anni in isolamento in una carnagione altrimenti dorata,
che alcuni a suo tempo definirono un bel ragazzo. E ora guardate la
tavola a forma di croce alla quale sono legato, le spesse strisce
di cuoio che stringono i muscoli segandomi la pelle, i tubi delle
endovene collegati alle braccia, gli aghi coperti dai cerotti che
me li tengono fermi nelle vene, vene che fino a quel giorno erano
rimaste intatte.
Leggetele ad alta voce, così forse riuscirete a sentire me. Ho una
voce normalissima, simile a quella di qualunque altro essere umano
di sesso maschile: leggermente più bassa, forse, ma per il resto assolutamente
normale.
Ascoltatela. Ora.
Ultime
Parole
Con
queste mie parole io vi saluterò.
Non cedete alla rabbia se presto morirò:
sono morti già in tanti, gasati, avvelenati,
come animali in fila, uccisi e macellati.
Stavolta tocca a un uomo e non a un animale
ma non odiate, anzi: piangete, se fa male.
Un anno dopo l’altro han provato a piegarmi,
rinchiudendomi al buio, usando gas e armi,
lasciandomi da solo, spezzandomi le dita,
picchiandomi, umiliandomi, strappandomi la vita.
Se non sono impazzito tra sbarre, ferri e mura
è perché la memoria combatte la paura.
Ho superato indenne, o quasi, quest’inferno
solo grazie all’amore di chi, dal mondo esterno
mi ha ricordato sempre, con fiducia e coraggio,
che non ero da solo a fare questo viaggio.
Perfino adesso io vi sento qui vicino,
ma vi devo lasciare, vedete? M’incammino
verso luci abbaglianti, verso ignoti misteri.
Ricordatemi vivo, ricordatemi ieri.
Oggi mi tocca andare, da solo, sempre avanti:
ma vi porto nel cuore, lo giuro, tutti quanti.
Non vi consolo, no, dico la verità.
Sentitela nel vento, che non si ferma e va.
Ma il mio sé più segreto continuerà la
lotta
anche ora che questa terrena gabbia è rotta.
Continuerò a lottare senza voce né mani,
per i giorni infiniti, per oggi e per domani.
In questa vita bella, amara, dolce, incerta
sarò quello che fui: una ferita aperta.
Crocifisso alla morte che mi dettero
in terra
io, vittima innocente di questa sporca guerra
combattuta ogni notte, rinnegata ogni giorno
vi resterò vicini, farò sempre ritorno
per darvi forza come l’avete data a me.
Se non è vita questa, non so quale lo è.
Vi aspetterò: vedrete, al risveglio,
al mattino
troverete un mio segno tra lenzuolo e cuscino;
quando sarete deboli, quando avrete bisogno
mi troverete al limite tra desiderio e sogno.
Guardate oltre le stelle, oltre il cielo, più in là,
e vedrete una luce che mai si spegnerà.
Sarò io che dall’alto scriverò mille
storie,
sceneggiature, dialoghi, poesie, versi, memorie.
Direte: "Cos’è stato quel suono, quel fruscio?"
Non abbiate paura: guardate, sono io
che posso finalmente fare quello che voglio
seduto in mezzo al cielo, con una penna e un foglio.
Le ultime parole di Karl
(Se il governo avrà giustiziato quest'uomo)
Chiudiamo questa
sottopagina con le ultimissime righe con cui Karl ha definitivamente
suggellato il Tritacarne:
Il
mio nome è Karl Louis Guillen. Non dimenticatemi tra le decine
e decine di altri casi, perché quando è tempo di mietere,
la grande mietitrice falcia tutti i germogli, anche i più innocenti...
Karl Louis Guillen ADC #
77614
Arizona State Prison
P.O.BOX 3400/SMU II
Florence, Arizona 85232
USA
Vi ricordiamo che Il Tritacarne ora è disponibile anche nella
sua versione originale e integrale con il titolo di The
Grinder, pubblicato da Xlibris.
Potete ordinarlo cliccando qui
o tramite e-mail.
Altre maniere per contattare Xlibris e ordinare The Grinder:
Fax:+1-215-923-4685
Tel:+1-1-888-795-4274 opzione 3
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INTRODUZIONE
- IL
TRITACARNE - PREMESSA -
CAPITOLO PRIMO: L'INIZIO DELLA FINE -
CAPITOLO SECONDO: LA FABBRICA DELLA PRIGIONE
-
IL PIANO - L'ULTIMO
PARAGRAFO E LE ULTIME PAROLE...
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